Sara e Ilaria non sono vittime di un destino crudele

Sara Campanella e Ilaria Sula avevano 22 anni, studiavano, avevano sogni da realizzare, progetti, amiche e una vita davanti. Avevano in comune anche il coraggio di dire “no” a due uomini. Sara è stata uccisa con tre tagli alla gola, nonostante avesse chiesto aiuto. Ilaria è stata ritrovata in un dirupo, dentro una valigia.

Due giovani donne uccise da due giovani uomini. Non da mostri o sconosciuti, ma da persone che conoscevano, da uomini incapaci di accettare un rifiuto. Dietro la morte di queste ragazze, non c’è solo il gesto criminale: c’è un problema sociale, culturale e psicologico che continua a essere sottovalutato.

Perché i giovani reagiscono con violenza al rifiuto? Perché l’amore, o ciò che viene scambiato per tale, può trasformarsi in possesso e infine in distruzione? L’amore, per molti ragazzi, è ancora legato a un’idea distorta: quella del possesso. “Se non sei mia, non sei di nessun altro.”

È un pensiero antico, ma ancora terribilmente presente. Il rifiuto viene vissuto non come una possibile esperienza di vita, ma come un’umiliazione intollerabile, una ferita narcisistica che deve essere “riparata” con un gesto estremo. Secondo la psicologa statunitense Judith Viorst, “la perdita è una parte inevitabile della vita, e maturare significa imparare a lasciar andare”.

Ma se non si è mai imparato che si può soffrire senza annientare l’altro, allora ogni separazione può trasformarsi in una reazione emotiva catastrofica. Negli ultimi anni si è fatto un importante passo avanti nel portare l’educazione emotiva nelle scuole.

I bambini imparano a riconoscere la rabbia, la paura, la tristezza e il piacere. Tuttavia riconoscere un’emozione non è sufficiente. Bisogna anche saperla trasformare in qualcosa di umano e costruttivo: in un sentimento. Un’emozione è una reazione immediata, fisiologica.

Un sentimento è un’emozione elaborata, pensata, compresa. Se un ragazzo sente rabbia per essere stato lasciato, ha diritto di provarla. Ma se quella rabbia diventa violenza, allora qualcosa è andato storto nel percorso di educazione affettiva. Lavorare sulle emozioni è fondamentale, ma è altrettanto essenziale insegnare a gestire le transizioni della vita: l’abbandono, la fine di un amore, la frustrazione.

E questo vale soprattutto per i maschi, che spesso crescono con il mito dell’uomo forte, che non piange, che non perde mai. Un mito pericoloso, perché reprime la sofferenza e la trasforma in rabbia.

Nella cultura e nella società odierna domina il pensiero secondo il quale, per conoscere le persone, basta agire a livello cognitivo, tramite la formazione. Ma così facendo dimentichiamo il se interiore, la dimensione più profonda dell’essere umano, che non si misura con i test né si corregge solo con le regole.

Dentro ognuno di noi esiste una parte interiore molto viva, fatta di emozioni, desideri, paure e rabbia. Queste forze possono portarci a fare del bene, come creare, amare, capire gli altri, se però non le conosciamo e non impariamo a gestirle, possono diventare pericolose e trasformarsi in violenza o distruzione.

Chi è abituato a riflettere su sé stesso, a confrontarsi con la propria coscienza, riesce più facilmente a riconoscere ciò che prova e a controllarlo, senza esserne dominato. Ma nella maggior parte dei percorsi educativi manca proprio questo: uno spazio per il silenzio, per la riflessione, per la costruzione di una vita interiore.

E quando questa parte resta inascoltata, ciò che non viene espresso può esplodere nel peggiore dei modi. Quando una persona subisce un rifiuto affettivo, il cervello attiva le stesse aree che si accendono durante il dolore fisico. Il dolore è reale, non solo metaforico.

Ma in un cervello giovane, ancora in via di maturazione, come quello degli adolescenti e dei giovani adulti, la capacità di regolare impulsi e pensieri intrusivi è più fragile. In particolare, la corteccia prefrontale (deputata al controllo delle emozioni e alla pianificazione delle azioni) non è ancora del tutto sviluppata fino ai 25 anni circa.

Questo rende più probabili le reazioni impulsive, soprattutto in soggetti già vulnerabili o privi di strumenti per elaborare il dolore. “Essere in grado di mettere in pausa un impulso e riflettere prima di agire è fondamentale per la vita.” — Daniel Goleman Questa capacità, però, non nasce da sola: va coltivata e sostenuta.

E il modo migliore per farlo è offrire ai ragazzi modelli emotivi alternativi alla violenza, e spazi sicuri dove possano elaborare il rifiuto senza sentirsi umiliati o sminuiti. La società contemporanea è fortemente centrata sull’io: l’autorealizzazione, il successo personale, la soddisfazione immediata.

Ma solo quando impariamo a relazionarci con l’altro in modo autentico, a entrare in empatia, a riconoscere la nostra vulnerabilità, possiamo scoprire il senso profondo della vita. Non si tratta di moralismo, ma di salute collettiva. Perché una società che non insegna a gestire la perdita, che non educa alla fragilità, produce individui incapaci di affrontare la frustrazione, e quindi potenzialmente pericolosi. Parlare solo alle ragazze, insegnare loro a dire “no”, non è più sufficiente. Bisogna iniziare a parlare anche ai ragazzi.

Insegnare loro che amare non è controllare. Che perdere qualcuno fa parte della vita. Che si può soffrire senza distruggere. Le strategie di prevenzione devono partire dalla scuola, ma anche dalle famiglie, dai media, dai modelli culturali. Occorre promuovere l’intelligenza emotiva, il dialogo, la capacità di chiedere aiuto.

Programmi come l’educazione relazionale affettiva, mostrano che è possibile educare alla gentilezza, al consenso, al rispetto. Ma serve un impegno più strutturale, più capillare.

In un mondo in cui la salute mentale è ancora spesso un tabù, ricordare che il benessere psicologico è un diritto e una responsabilità collettiva è fondamentale.

La violenza non nasce dal nulla: è il prodotto di una cultura che esalta il controllo, punisce la fragilità, ignora il dolore emotivo finché non esplode. Sara e Ilaria non sono vittime di un destino crudele, ma di una società che non ha ancora imparato a educare i sentimenti. Se vogliamo davvero fermare tutto questo, dobbiamo cominciare da qui: aiutare i ragazzi a diventare uomini e donne capaci di accettare un no, e a vivere il distacco non come una sconfitta, ma come parte della vita.

Articolo pubblicato su il7 magazine numero 399

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