Ciao Catello, come va? Dove sei? — Risposta: “Sono a lavoro, ci sentiamo dopo!” Io: “Ciao Gianmarco, tutto bene? Quando ci vediamo?” Gianmarco: “Tutto bene, ma questo mese non riesco a liberarmi!” Quante volte vi capita di avvertire l’esigenza di sentire un amico o un’amica che magari vorreste vedere, ma poi tutto sfuma a causa di impegni lavorativi o familiari?
Riuscire a instaurare, o semplicemente a mantenere, relazioni amicali significative in età adulta oggi è diventata un’impresa davvero difficile.
Le cause sono molteplici: tra queste, fattori sociali, culturali e individuali. Viviamo, infatti, in un contesto dominato da dinamiche fluide e instabili.
L’amicizia, intesa come relazione basata sulla reciprocità, la fiducia e il riconoscimento, sembra perdere centralità rispetto ad altre fasi della vita. Crescendo, diventiamo più selettivi, più diffidenti, meno propensi a metterci in gioco con persone nuove.
Le esperienze passate ci insegnano che non tutti i legami durano, e ci proteggiamo. Ma questa protezione spesso ci isola. Durante l’età evolutiva e l’adolescenza, le amicizie hanno un ruolo cruciale nel nostro sviluppo psicoaffettivo, nella costruzione della nostra identità e nella sperimentazione dell’intimità.
Nell’età adulta, invece, le relazioni amicali assumono una priorità differente, spesso sacrificate in favore degli impegni lavorativi, familiari e della gestione della quotidianità. L’amicizia viene, in un certo senso, marginalizzata, relegata al “tempo residuo”. Secondo la psicologia sociale e della personalità, le relazioni amicali in età adulta subiscono una riduzione fisiologica in termini di intensità e frequenza.
Questo, però, non significa che siano poco rilevanti: al contrario, rappresentano un importante fattore protettivo per la salute mentale e fisica. Il sociologo Zygmunt Bauman ha definito “liquida” la contemporaneità, descrivendola come un periodo in cui le relazioni interpersonali risultano frammentate, instabili, e rischiano di diventare obsolete. La sua teoria trova riscontro nella pratica clinica e nella ricerca psicologica: è infatti evidente la crescente difficoltà degli adulti nel costruire relazioni interpersonali profonde e durature.
I fattori psicologici che influiscono principalmente sono: la tendenza all’autoprotezione affettiva e alla chiusura emotiva, spesso generate da relazioni traumatiche e delusioni; l’iperinvestimento nel ruolo sociale e professionale, che rende le relazioni sempre meno autentiche; la diffusione della “connettività illusoria”, conseguenza dell’uso dei social media, che genera un gran numero di contatti a discapito delle connessioni significative.
La mancanza di relazioni amicali reali può contribuire all’insorgenza di stati depressivi generati dalla solitudine, disturbi d’ansia sociale, vissuti di vuoto, anedonia e disconnessione. La letteratura ha messo in evidenza come la qualità delle relazioni interpersonali sia un indicatore importante del benessere psicologico, più del successo lavorativo o dello status sociale.
È importante, da un punto di vista psicologico, stimolare gli adulti ad approcciarsi a relazioni amicali concrete attraverso percorsi di alfabetizzazione emotiva, con l’obiettivo di riconoscere e comunicare i propri bisogni relazionali. È utile anche una valutazione del supporto sociale e la promozione di spazi relazionali indipendenti da criteri di efficienza e utilità. Forse non abbiamo perso la voglia di vederci.
Forse, semplicemente, dobbiamo reimparare a creare tempo e come diceva Italo Calvino, “ogni tanto è necessario che le strade si incontrino”. Anche quelle dell’anima. L’amicizia, in fondo, è proprio questo: la possibilità di incrociarsi e rivedersi anche se ci sono distanze fisiche o temporali. Basta solo non interrompere il proprio cammino verso l’altro.
Articolo pubblicato su il7 magazine numero 397

