Arancia meccanica ai tempi di Whatsapp

“Amo’, dentro ci sono le telecamere.” Così inizia un video che ha fatto il giro dei social, riprendendo un branco di adolescenti mentre accerchia e pesta brutalmente un coetaneo invalido. Succede alla stazione di Galatina, in provincia di Lecce. L’aggressione, scioccante per la sua ferocia e la totale assenza di empatia, ci obbliga a interrogarci: cosa sta succedendo ai nostri giovani? E cosa possiamo fare, come adulti e come comunità? Il fenomeno delle baby gang non è nuovo, ma episodi come questo ci costringono a guardare più da vicino ciò che accade nella mente degli adolescenti coinvolti.

Un esempio potente e premonitore di questa dinamica è rappresentato dal film “Arancia Meccanica” di Stanley Kubrick. La pellicola, uscita nel 1971, racconta la storia di un gruppo di giovani che si abbandonano alla violenza gratuita, mettendo in scena un inquietante ritratto della disumanizzazione e del piacere sadico vissuto come forma di potere. A distanza di oltre cinquant’anni, la narrazione distopica di Kubrick appare tristemente attuale: la spettacolarizzazione della violenza, l’assenza di empatia e la perdita del senso morale sembrano aver trovato una nuova casa nei video virali delle baby gang contemporanee.

Proprio come i ‘drughi’ di Kubrick trasformavano la violenza in un rituale disturbante ma estetizzato, oggi i giovani autori di aggressioni ne fanno un contenuto virale, cercando nello sguardo del pubblico digitale quel senso di potere e identità che non trovano altrove.

L’effetto della deindividuazione è ben noto: quando le persone agiscono in gruppo, tendono a perdere il senso della responsabilità individuale. Questo meccanismo può facilitare comportamenti aggressivi che, da soli, forse non avrebbero mai agito. Secondo lo psicologo Philip Zimbardo, noto per l’esperimento carcerario di Stanford, quando ci si trova in un gruppo si può perdere il senso di ciò che è giusto o sbagliato, e si rischia di agire in modi che normalmente non si considererebbero accettabili.

Quando il comportamento viene poi condiviso e celebrato sui social, come un trofeo, si attiva anche un altro meccanismo: la ricerca di visibilità e approvazione, che nei nativi digitali spesso si sostituisce al senso di autostima e appartenenza reale. Un altro elemento centrale è la povertà educativa ed emotiva. Gli adolescenti, in particolare quelli che crescono in contesti fragili, possono cercare nel gruppo ciò che non trovano nella famiglia o nella scuola: attenzione, riconoscimento, senso di potere.

Questo bisogno, quando non è canalizzato in forme costruttive, può degenerare in comportamenti distruttivi. Ricordiamo che la fragilità non è necessariamente legata allo status economico o sociale: può esistere anche in contesti agiati, mascherata da un’apparente normalità. Il fatto che la vittima fosse invalida al 100% rende l’aggressione ancora più scioccante e ci obbliga a considerare un possibile elemento di disumanizzazione dell’altro.

Se l’altro è percepito come “diverso”, “inferiore” o “non umano”, diventa più facile giustificare comportamenti violenti. Ragazzi che non sanno esprimere il proprio disagio in modo costruttivo possono trovare nella violenza un linguaggio alternativo, spesso appreso proprio dalla rete, dalla cultura della virilità tossica o da famiglie disfunzionali. In questo senso, la baby gang non è solo un problema di ordine pubblico, ma anche una questione psicologica e sociale. Non è raro che i membri di questi gruppi abbiano alle spalle storie di trascuratezza, abbandono emotivo o fallimenti scolastici ripetuti. Il branco diventa così un rifugio identitario.

Per affrontare queste problematiche, sono necessari interventi mirati e coordinati. Per esempio, l’educazione emotiva potrebbe diventare una parte integrante dei programmi scolastici sin dalla primaria: aiutare i bambini a riconoscere e gestire le proprie emozioni è un passo fondamentale per prevenire comportamenti aggressivi in adolescenza. Parallelamente, bisognerebbe ripensare e aggiornare i nostri servizi sociali ed educativi.

Troppo spesso gli adulti faticano a relazionarsi con le nuove generazioni, adottando approcci ormai superati o rigidi, soprattutto nei confronti della digitalizzazione. Eppure, il mondo digitale non è più il futuro, ma il presente. Ignorarlo o affrontarlo con diffidenza contribuisce ad aumentare il divario generazionale e la distanza tra adulti e giovani. Un altro passo fondamentale potrebbe essere quello di aumentare e potenziare spazi reali di ascolto e relazione: centri di aggregazione giovanile, sportelli psicologici, educatori di strada sono strumenti preziosi per offrire ai ragazzi punti di riferimento adulti con cui confrontarsi in modo autentico e non giudicante.

È importante anche fornire una formazione adeguata a genitori e insegnanti, per permettere loro di riconoscere tempestivamente i segnali di disagio e agire prima che sia troppo tardi. Infine, potrebbe essere utile promuovere percorsi di giustizia riparativa, che consentano agli autori di violenza di confrontarsi con le proprie vittime. Questi momenti di incontro, se ben gestiti, possono favorire una presa di coscienza profonda e contribuire a ricostruire un senso di responsabilità e di etica personale. La violenza non nasce dal nulla.

Ogni episodio, per quanto scioccante, è il sintomo di qualcosa di più profondo che riguarda tutti: famiglie, istituzioni, scuola, società. Guardare in faccia questi adolescenti significa anche chiederci: cosa è mancato, cosa è stato fatto, e cosa no? Il video di Galatina non è solo la cronaca di un’aggressione. È uno specchio, scomodo ma necessario, che ci mostra quanto bisogno ci sia oggi di una linea educativa aggiornata, senso di comunità e responsabilità condivisa.

Articolo pubblicato su il7 magazine numero 400

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