Ci sono incontri professionali che si trasformano in spunti di riflessione profonda, capaci di scuoterti ben oltre il tempo di una chiacchierata. È successo di recente, parlando con un collega e amico che stimo molto, il Dott. Giuseppe Zucaro, di Corato. Il suo racconto mi ha colpito nel profondo e mi ha portato a interrogarmi su ciò che i nostri adolescenti stanno vivendo oggi, spesso in silenzio.
Il Dott. Zucaro mi ha parlato del lavoro che sta svolgendo in una scuola media, dove ha affrontato con gli alunni il delicato tema del bullismo. Durante uno degli incontri ha proposto la visione del film Il ragazzo dai pantaloni rosa, ispirato alla vera storia di Andrea Spezzacatena, un adolescente che, a causa della sua spiccata sensibilità, è considerato “diverso”, motivo per cui è stato deriso, bullizzato e profondamente isolato.
Incompreso da compagni, insegnanti e persino dai genitori, Andrea ha maturato un dolore crescente che lo ha portato a togliersi la vita. Il film racconta con realismo e delicatezza quanto possa essere devastante l’impatto del bullismo omofobico su un adolescente vulnerabile.
Al termine della proiezione, il Dott. Zucaro ha invitato i ragazzi a riflettere su quanto visto, e ciò che ne è emerso è stato tanto significativo quanto inquietante: su 15 classi, circa l’80% degli studenti ha affermato che il suicidio del protagonista fosse “la scelta più efficace e risolutiva”. Quando è stato chiesto loro di motivare questa risposta, molti hanno detto che “il suicidio permette di risolvere tutto più rapidamente, si soffre di meno, tutto finisce e non bisogna preoccuparsi più di nulla”. Questo dato, e ancor più le motivazioni fornite, ci hanno lasciati profondamente colpiti.
Cosa ci stanno dicendo questi ragazzi? Qual è il significato profondo di una risposta tanto netta quanto allarmante? L’adolescenza è una fase di costruzione dell’identità, di ricerca di approvazione, ma anche di estrema fragilità emotiva. Quando in questo processo si inserisce il bullismo, il danno psicologico può diventare devastante.
Lo sviluppo dell’identità in adolescenza si gioca tra il bisogno di definizione di sé e il rischio di confusione di ruolo. Il bullismo interrompe brutalmente questo equilibrio, imponendo una narrazione negativa e umiliante che l’adolescente finisce per interiorizzare. A ciò si collega il concetto di “impotenza appresa”: se un individuo sperimenta ripetutamente che le sue azioni non modificano la situazione, sviluppa un senso di impotenza che lo porta a smettere di lottare, anche quando avrebbe ancora possibilità di cambiamento.
L’idea che il suicidio sia una “soluzione” efficace riflette un’esperienza di dolore vissuto come insopportabile e senza via d’uscita, ma anche una percezione di solitudine emotiva. Il contesto sociale contribuisce ad alimentare questa visione distorta: in una società in cui la fragilità è spesso stigmatizzata, e dove il successo e l’apparenza sono i valori principali che vengono diffusi, il dolore interiore diventa qualcosa da nascondere.
A questo si aggiunge il ruolo dei social media, che rendono il bullismo pervasivo e continuo, trasformando ogni momento della giornata in un potenziale spazio di umiliazione pubblica. Non sorprende, dunque, che molti adolescenti non riescano a vedere alternative al silenzio e alla morte. I dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità parlano chiaro: il suicidio è la quarta causa di morte tra i 15 e i 19 anni nel mondo. In Italia, l’Istituto Superiore di Sanità segnala un aumento preoccupante di casi di autolesionismo e tentativi di suicidio tra i giovani, soprattutto nel post-pandemia. In questo scenario, il lavoro che il Dott. Zucaro sta portando avanti con gli alunni è un esempio virtuoso di prevenzione e ascolto.
La scuola non può limitarsi a essere luogo di istruzione, ma deve diventare un presidio educativo capace di intercettare il disagio. Servono progetti strutturati e continui, con il coinvolgimento di psicologi, insegnanti formati, spazi di espressione emotiva e momenti di dialogo. I ragazzi devono sapere che non sono soli, che il dolore può essere nominato, affrontato e trasformato. La convinzione che il suicidio sia una scorciatoia alla sofferenza è un segnale d’allarme potentissimo, ma anche un’opportunità: ci indica dove e come intervenire.
È un invito a ricostruire legami di fiducia tra adulti e ragazzi, a educare all’empatia, al confronto, all’accoglienza. Sta a noi adulti mostrare che esistono altre strade, che è possibile chiedere aiuto senza vergognarsi, e che il valore della vita non si misura nell’assenza di problemi, ma nella possibilità di affrontarli insieme.
Ed è proprio in questa direzione che il nostro ruolo, come adulti, educatori e professionisti, diventa fondamentale: dobbiamo guidare e sostenere gli adolescenti non solo ad affrontare le difficoltà, ma a riconoscerne il valore trasformativo. Superare una sfida, anche dolorosa, può diventare un momento di crescita straordinario, un’occasione per scoprire risorse interiori che non sapevano di avere.
La psicologia positiva, in particolare attraverso il concetto di “resilienza post-traumatica”, ci mostra come proprio da esperienze di grande sofferenza possano nascere una nuova consapevolezza di sé, relazioni più autentiche e una maggiore capacità di apprezzare la vita. Educarli a questo sguardo più profondo, a riconoscere la bellezza che può emergere dal superamento del dolore, significa dare loro uno strumento concreto per affrontare il futuro.
È questa la responsabilità più grande che abbiamo: coltivare in loro il senso che vivere vale, non perché la vita sia sempre facile, ma perché ogni ostacolo superato aggiunge significato alla nostra esistenza.
Articolo pubblicato su il7 magazine numero 404

