Bocciature e sensi di colpa quello stress di fine anno

Bocciature e sensi di colpa quello stress di fine anno

“Se mi bocciano mio padre mi uccide!” – “Se non raggiungo la sufficienza passerò l’estate a studiare e sarà un incubo!” – “Se mi bocciano mollo tutto e vado a lavorare!” Sono frasi forti, a volte pronunciate per provocazione, ma sempre intrise di un’emozione vera. Chi lavora con gli adolescenti le sente spesso, soprattutto a fine anno scolastico, quando i voti stanno per essere consegnati e l’aria si fa pesante. Io le ascolto da tempo, in qualità di psicologo scolastico impegnato in vari istituti superiori, spesso nell’ambito di progetti di contrasto alla dispersione scolastica.

È un privilegio, ma anche una responsabilità enorme. Proprio in questi giorni, mentre si chiudono i registri e si comincia a parlare di promozioni e bocciature, si apre nei ragazzi (e nei genitori) una vera e propria tempesta emotiva: ansia, frustrazione, rabbia, paura, ma anche sollievo e speranza. Il voto, che dovrebbe essere uno strumento di valutazione, si trasforma facilmente in un giudizio identitario.

Non è raro sentire studenti dire: “Ho preso un quattro, quindi sono un fallito”. È un meccanismo che si radica soprattutto in adolescenza, quando l’autostima è ancora fragile e in costruzione. Il rischio è che un numero scritto sul registro venga percepito non come un’indicazione sul rendimento scolastico, ma come un’etichetta definitiva sulla propria persona.

Così, la paura del fallimento genera ansia, l’ansia blocca la motivazione, e il blocco diventa un fallimento annunciato. In psicologia, questo fenomeno è stato studiato approfonditamente da Carol Dweck, autrice della teoria del “mindset”. Secondo Dweck, le persone con una “mentalità fissa” credono che le proprie capacità siano innate e immutabili, e per questo temono l’errore. Chi invece sviluppa una “mentalità di crescita” sa che può imparare anche dai fallimenti e affronta le sfide con maggiore flessibilità e fiducia.

È una lezione preziosa, che dovrebbe attraversare l’intero sistema educativo. Ma cosa accade, invece, quando la bocciatura arriva davvero? È un evento che scuote profondamente. Alcuni ragazzi provano un senso di liberazione, altri si chiudono in sé stessi, altri ancora si arrabbiano o si deprimono. In ogni caso, la bocciatura non è mai solo scolastica: è anche familiare, sociale, emotiva. Il giudizio dei genitori pesa moltissimo, così come quello degli amici, degli insegnanti, della comunità. E spesso, in questi momenti, affiora un sentimento antico e potente: il senso di colpa.

Il grande psicoanalista britannico Donald Winnicott ci aiuta a comprenderlo meglio. Per Winnicott, il senso di colpa non è solo una conseguenza negativa, ma un segno di crescita. Si manifesta quando il bambino o l’adolescente riconosce l’altro – il genitore, l’insegnante, la figura affettiva – come una persona distinta, che può essere ferita o delusa dalle sue azioni. In questo riconoscimento nasce la spinta a riparare, a prendersi cura della relazione.

Un ragazzo che dice “Mi dispiace di non aver ascoltato” o “Avrei potuto fare di più” sta mostrando maturazione, non debolezza. È un segno di responsabilità, non di fragilità. Naturalmente, per vivere il senso di colpa in modo costruttivo, è necessario che ci sia un ambiente affettivo che lo permetta. Se il ragazzo si sente umiliato, svalutato, punito duramente, non si pentirà: si chiuderà. Il senso di colpa, invece, va accolto, contenuto, ascoltato. Genitori e insegnanti, in questo, hanno un ruolo fondamentale. Le parole contano.

Dire “sei svogliato” o “non sei portato” non aiuta a riflettere, ma affossa e possono creare distanza incolmabili. E’ più utile usare espressioni come: “Hai fatto fatica, proviamo a capire insieme perché”. Accogliere l’errore come parte del processo di crescita, non come una macchia indelebile, è il primo passo per aiutare davvero un ragazzo a rimettersi in piedi. In fondo, non tutti maturano allo stesso ritmo.

A volte un anno in più può essere un’occasione preziosa per rallentare, riorganizzarsi, recuperare fiducia. Purché non venga vissuto come una punizione, ma come una nuova possibilità. Forse è arrivato il momento di porci una domanda collettiva: vogliamo una scuola che misura o una scuola che educa? Che punisce o che accompagna? Una scuola centrata solo sui voti produce adulti insicuri, ansiosi, incapaci di affrontare l’errore.

Una scuola della crescita, invece, insegna che ogni errore è un’opportunità. Che fallire non significa essere sbagliati, ma avere ancora qualcosa da imparare. Come ha scritto il pedagogista Franco Cambi, “Educare non significa adattare il ragazzo alla scuola, ma la scuola al ragazzo”. Ed è da qui che dobbiamo ripartire. Se vostro figlio è stato bocciato, non chiedetevi subito cosa ha sbagliato. Chiedetevi di cosa ha bisogno adesso per crescere.

E se siete insegnanti, ricordate che ogni voto è anche un messaggio: chiedetevi che tipo di messaggio volete trasmettere. E ai ragazzi, vorrei dire: nessun voto definisce chi siete. Il vostro valore non si misura in decimi. Le vacanze che stanno arrivando possono diventare un tempo prezioso per ricostruire fiducia, per ripensare gli obiettivi, per tornare a settembre con uno sguardo più libero, più forte, più consapevole. Perché ogni errore, se accolto con cura, può davvero diventare il primo passo verso un cambiamento profondo.

Articolo pubblicato su il7 magazine numero 405

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