Soccorrere o fuggire? L’istante che cambia la vita

Negli ultimi anni, le cronache locali, ci hanno raccontato storie che cominciano tutte allo stesso modo: una persona investita, una vita spezzata, un automobilista che prosegue senza fermarsi. A Mesagne, un giovane senegalese è morto mentre tornava a casa in bici. Sulla statale 7, due ciclisti sono stati travolti da un’auto pirata.

A Brindisi, un anziano è stato ucciso mentre attraversava la strada, e tra Turi e Putignano una ragazza in moto è stata investita e ha perso la vita: il principale sospettato è un sacerdote. E ogni volta, tra dolore, indignazione e rabbia, ci chiediamo: perché fuggire? Le risposte non sono semplici.

Ma possono aiutarci a capire meglio, a giudicare meno, e forse anche a soffrire in modo più umano. Iniziamo a chiederci se fuggire, in questi casi, sia un atto disumano o una reazione estrema. Investire e uccidere accidentalmente una persona è un evento traumatico estremo.

È un istante che può sconvolgere in profondità la psiche di chi era alla guida. In alcuni casi, chi fugge non è (solo) un vigliacco o un criminale: è una persona in panico, dissociata, bloccata in una risposta primitiva allo stress. La dissociazione è una reazione comune nei traumi: la mente si stacca dalla realtà per non affrontare subito il dolore. Chi fugge può avere una percezione distorta di ciò che è accaduto. Si parla di depersonalizzazione: sentirsi come se non si fosse davvero lì, come se stesse guidando qualcun altro.

Poi c’è la reazione di attacco o fuga, una risposta biologica al pericolo. Il corpo prende il controllo, il cervello razionale si spegne. È la stessa reazione che ci fa scappare se sentiamo una forte esplosione. E anche dopo, quando il clamore diminuisce, può entrare in scena il disturbo post-traumatico da stress: flashback, insonnia, evitamento, ipervigilanza. Alcuni sviluppano strategie disadattive di coping: reprimere, fuggire, negare.

Come chi nasconde l’auto danneggiata in garage e prova a cancellare tutto. Ma ciò che si nega, spesso ritorna. Anche se l’autore dell’incidente non viene mai identificato, la “libertà” può diventare una prigione interiore. Alcuni vivono anni nel silenzio, con un senso di colpa che corrode lentamente. Una busta della spesa troppo piena, prima o poi, si rompe. Per i parenti delle vittime, il dolore è diverso.

È fatto di shock e trauma acuto, soprattutto quando la notizia arriva all’improvviso e senza spiegazioni. Il lutto, in questi casi, rischia di diventare complicato: bloccato, confuso, irrisolto. Specie quando il colpevole è ignoto o non si assume la responsabilità. Subentra la rabbia, legittima, che spesso si sposta anche verso lo Stato o le istituzioni che non garantiscono giustizia.

Questo bisogno può diventare una forma di sopravvivenza: cercare un colpevole per non soccombere al vuoto. Non mancano anche il senso di colpa (“se solo fossi stato lì”) e, nei casi più traumatici, sintomi di disturbo post-traumatico da stress: incubi, ansia, ipervigilanza, chiusura sociale. Sui social, ogni notizia di questo tipo scatena ondate di commenti: “Animale!”, “Ergastolo!”, “Assassino devi morire!”.

È umano indignarsi. Ma è anche importante riflettere sul nostro ruolo di spettatori. Spesso, i giudizi feroci nascono da una paura profonda: “E se capitasse a me?”. Condannando, prendiamo le distanze. È un meccanismo difensivo: più mostro è chi ha sbagliato, più innocente mi sento io. Ma così rischiamo di semplificare la complessità e disumanizzare tutti: le vittime, chi ha causato l’incidente, e persino noi stessi.

Se fossimo noi al volante, in un momento così estremo, è fondamentale ricordare una cosa semplice ma cruciale: fermarsi. Non solo perché è un dovere previsto dalla legge, ma perché è un gesto di responsabilità verso gli altri e verso noi stessi. È normale che il panico possa prendere il sopravvento.

In quelle situazioni, il cervello può offuscare il pensiero lucido, spingendoci a scappare quasi in automatico. Ma proprio per questo è importante, se ci dovessimo trovare in una situazione del genere, fermarsi, chiedere aiuto, respirare, contattare i soccorsi e successivamente rivolgersi a un professionista, come un medico o uno psicologo. Un supporto subito dopo può fare la differenza tra affrontare il trauma o portarselo dentro per anni. Se invece siamo tra coloro che hanno perso qualcuno in questo modo, ricordiamoci che non siamo soli.

Il dolore è immenso e spesso indescrivibile. Ma non è una vergogna chiedere aiuto. Parlare con uno psicologo, unirsi a un gruppo di sostegno può essere un primo passo importante per rimettere insieme i pezzi. Non si tratta di “andare avanti” come se niente fosse, ma di trovare uno spazio sicuro dove il dolore possa avere voce e senso.

E se siamo semplici lettori, magari davanti al cellulare, scorriamo la notizia e ci viene da commentare? Fermiamoci un attimo. Le parole scritte sui social, anche quando sembrano solo sfoghi, arrivano lontano.

Colpiscono chi sta già soffrendo e spesso aggiungono dolore al dolore. Prima di scrivere qualcosa, proviamo a chiederci: “Se fosse successo a me, come mi sentirei leggendo questo commento?”. A volte non serve dire tutto quello che pensiamo. A volte, il vero rispetto passa anche dal silenzio, o da un pensiero di empatia.

Quando leggiamo che qualcuno è morto sulla strada e che l’autista è scappato, la tentazione è dividere subito: colpevole e innocente, carnefice e vittima, noi e loro. Proviamo a non chiederci “Chi ha sbagliato?”, chiediamoci “Che dolore c’è dietro?”.

Articolo pubblicato su il7 magazine numero 402

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