Uno dei momenti più critici nello sviluppo evolutivo di un bambino è il passaggio dalla scuola materna alla scuola elementare. Si tratta di una fase delicata, in cui il piccolo lascia un ambiente protetto, in cui viene accettato per ciò che è, per entrare in un contesto in cui il rendimento scolastico diventa un parametro di valutazione.
Questa transizione è vissuta con una certa ansia sia dai bambini che dai loro genitori, poiché entrano in gioco nuovi elementi di socializzazione, competizione e autovalutazione. Le motivazioni che mi portano a riflettere su questo argomento sono molteplici. Ho lavorato per 16 anni presso il Centro di Aggregazione Giovanile del Paradiso, un servizio sociale del Comune di Brindisi, dove ho avuto l’opportunità di essere al fianco di tante famiglie, ma soprattutto di tanti giovani e giovanissimi, che nella maggior parte dei casi frequentavano la scuola primaria.
È stata un’esperienza gratificante, che mi ha permesso di crescere non solo professionalmente, ma anche come persona. Tante sono state le domande che mi sono posto nel tempo, una su tutte: “Sarò mai genitore? E, se sì, che tipo di genitore sarò?”. Oggi posso dire che qualsiasi risposta io mi sia dato allora era superflua. Oggi sono genitore e, malgrado il mio percorso professionale e formativo, confermo quanto ho sempre sostenuto: “Essere genitore è uno dei mestieri più belli e affascinanti del mondo, ma anche uno dei più difficili”.
Proprio in questi anni ho vissuto in prima persona il complesso passaggio di uno dei miei figli dalla scuola materna alla scuola elementare, condividendo con altri genitori questa esperienza. Questo mi ha permesso di rafforzare ancora di più il mio punto di vista professionale. Ritengo, infatti, che questo sia un momento fondamentale nella vita di un bambino, ma anche per i genitori stessi. In questa fase possono emergere difficoltà legate all’apprendimento, alla socializzazione e al rapporto con gli adulti e i coetanei.
È normale che un bambino affronti ostacoli, ma, se tali difficoltà vengono gestite in modo inadeguato, possono trasformarsi in problemi più complessi. Spesso gli adulti tendono a sminuire le paure del bambino, a razionalizzarle o, peggio, a etichettarle, arrivando a creare un vero e proprio “caso” intorno a lui. Questo approccio può avere conseguenze dannose per il suo sviluppo emotivo e cognitivo.
I bambini sono estremamente sensibili alle aspettative che gli adulti nutrono nei loro confronti. L’effetto Pigmalione, studiato dallo psicologo Robert Rosenthal, dimostra che le aspettative di insegnanti e genitori influenzano in modo significativo il rendimento scolastico.
Se un insegnante crede che un bambino sia particolarmente intelligente, tenderà a stimolarlo di più, favorendone la crescita scolastica. Tuttavia, lo stesso principio vale anche in negativo: se un bambino viene percepito come “problematico”, “incapace” o “discolo”, finirà per conformarsi a queste aspettative.
Quando un genitore o un insegnante si convince che un bambino ha difficoltà insormontabili, il suo comportamento verso di lui cambierà inconsapevolmente, rinforzando la problematica. Il rischio è che un’etichetta, inizialmente priva di fondamento, si trasformi in una realtà concreta.
L’etichettamento patologico può portare a una serie di conseguenze negative. Con troppa leggerezza, oggi, i bambini inizialmente vivaci vengono definiti “iperattivi”, quelli distratti diventano “affetti da deficit dell’attenzione”, mentre quelli con difficoltà scolastiche vengono considerati “svogliati”, “poco dotati” o “poco portati per lo studio”.
Questo meccanismo ha un impatto profondo sulla loro autostima e sulla percezione delle proprie capacità. Le difficoltà scolastiche, ad esempio, possono innescare un circolo vizioso in cui il genitore, preoccupato, si trasforma in un insegnante privato, affiancando il bambino in ogni compito e arrivando a schiacciarne l’autonomia. In altri casi si ricorre immediatamente a diagnosi affrettate e prive di adeguati riscontri psicodiagnostici, formulate spesso sulla base di ipotesi, senza seguire un corretto percorso valutativo.
Questo approccio rischia di amplificare un problema che, con strategie educative più adeguate, potrebbe essere affrontato in modo più naturale ed efficace.
Per prevenire il rischio di trasformare una normale difficoltà in una patologia, è importante adottare un approccio equilibrato, evitando di classificare il bambino con etichette negative. Inoltre, bisognerebbe ricordare che il suo comportamento è influenzato dal contesto e può cambiare in base ad esso. È bene, quindi, creare un ambiente di apprendimento positivo, in cui il bambino si senta accolto e valorizzato.
Il ruolo dell’adulto, che sia docente o genitore, è quello di incoraggiare l’autonomia, senza sostituirsi a lui nei compiti o nelle sfide quotidiane. Infine, è bene osservare le difficoltà senza allarmismi, valutando il problema in modo oggettivo e senza lasciarsi guidare esclusivamente dalle paure.
Ogni bambino ha tempi e modalità uniche per affrontare il percorso scolastico e di crescita. Il compito degli adulti è supportarlo senza imporre etichette che possano limitarne lo sviluppo, favorendo invece la costruzione di una solida autostima e la fiducia nelle proprie capacità. Non è sempre facile, ma con un dialogo aperto e una collaborazione consapevole tra genitori e docenti, è possibile creare un ambiente in cui ogni bambino possa esprimere al meglio il proprio potenziale, ponendo le basi per un futuro più sereno e ricco di opportunità
Articolo pubblicato su il7 magazine numero 392

